domenica 13 marzo 2011

ARMENIA - "PIANTO DEI VINTI"

Dal declino dell'impero ottomano, dalle protezioni delle potenze Europee, dal sorgere nei territori ottomani istanze nazionaliste, sul finire del XIX secolo il governo ottomano mette in opera sanguinose persecuzioni contro gli Armeni .
A seguito della crisi d'inizio secolo e della perdita dei territori balcanici, la Turchia vive una radicalizzazione nazionalista che, con lo scoppio della prima guerra mondiale, porta alla decisione di deportare e sterminare gli Armeni. Tra il 1915 e il 1916 centinaia di migliaia di Armeni verranno uccisi.
Tutto accadde all'interno della politica e dello scenario internazionale. Lunga è stata la battaglia della “memoria “che si è combattuta da allora ad oggi su un genocidio che la Turchia continua a negare.

Ad memoriam di questo atroce evento la dedica della poesia “PIANTO DEI VINTI“ pubblicata sul “Libro dei mesi 2009”


PIANTO DEI VINTI


Calvario la vita
L'anima transita
Di freddo acciar dall'affilata punta
Un'orda di misteri
Compiangere si mise
Una turba di poveri
Mercé preda della quiete
Le membra di sangue intrise
Fauci arse d'ardente sete
Una turbe a te chiede consiglio
Carmi devoti sparsi per il mondo L'universo n'è il tempo
Insensibile al secolo
Immerso nel chiasso bagordi
Lorgiorni il tempo perso
L'infelice per ogni strada vicolo cammina
In ogni strada dimora
Carmi si odan
Non di un'ora soltanto
Giorno notte s'affina il senso
Ovunque geme un infelice
Il dolore dal petto sprigiona
La pietà del cuore
Che non resiste della prece all'armi
Infido pelago navighiamo
La bonaccia ostenta
Insidia all'amo
Tesi ogni passo
Nascosti dalla nostra vita
L'uomo brama sangue dal nemico
Come fiera rabbia l'alma brama
Senza sperme è l'amore
Solo inganno a noi
La vera congiura danno dei miseri
Avvelenata ogni letizia solo affanno
Affanno è se il cammin il piede stanca
Se in povertà nuotiamo
O se in dovizia
Nascosti perigli attossican miseri nel petto
Rancore non perdona
Cieco error il pianto amaro
Geme il canto di tutti i miseri
Da mane a sera come colomba
Da brughiera si leva nel supremo incanto
Lacrime e dolore senza speranza
Scampi dalle morse e dai perigli
Che inceppa gli incerti piedi
Torbida vita nella selva
Ciascuno di noi sconsolato affanno
Ansante il petto fratricida inganno
Dell'umana belva spaventosa
Affamata al nibbio
Rapace brucia il vanno
Tenebre e notte
Strappa alla bramosia dell'oceano
La navicella dalle vele rotte
Animi gementi sconsolati
Nel cupo della notte oscura
Ottenebra la mente e la vista
Spiri placido il vento
Non impura pioggia cada
Dai cieli annuvolati.
Splenda il sol benigno
Cui dona frutti fecondi
Sorga l'aurora d'un dì felice
Per noi gente che plora
Mentre l'anima geme
Geme il corpo fragile
Per sollevarsi al firmamento
Non ha l'ale
Scaldar vorremo nostri petti
Con l'ardore cocente
Dal duol ci lavi il dolor il pianto
Solo il pianto o madre
Non suoni come passa il vento
Dei miseri il carme sale a te
Grave lamento
Son canti di dolor sospiri amari
Solo il mattino con l'aurora
Tutto il dì e vespro
Scandire su rintocchi dell'ora
L'armonia del firmamento
Ma se la vita ancor sorride
Delle virtù l'incanto e il dolce bene
Cos'è ch'al sen va seminando pene?
Nell'alma tu poserai pace
Canto della pace del contento
Che spazia per il firmamento.


(Enrica Malatesta)

Da "Libro dei mesi 2009" - Carello Editore

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